lunedì 29 settembre 2014

Vdt Rosso 1703 Togni Rebaioli




Una di 846 bottiglie (prodotte nel 2010) è riportato a latere, come dire quisquilie, bazzeccole, nonnulla. Eppure quanta fatica da queste parti, perché qua… siamo su a mille (settecento) tre eh!.
Valcamonica, alle pendici del Monte Altissimo, le vigne proprio a 1703 metri slm. Fin lassù arriva la passione di Enrico. Stavolta si può veramente parlare di Nebbiolo, in purezza, di montagna. Fermentazione spontanea e solo acciaio.

La cromia è quella rarefatta, dei monti. Al naso c’è la freschezza rocciosa, classica montana, e anche una silenziosa eleganza.
Una fine paletta aromatica fatta di ciliegia e prugna, mora e lampone, con leggere incursioni speziate e una trama eucaliptica avvolgente, all’interno di una sottile cornice minerale.

In bocca l’attacco è fresco e gentile, con razionali richiami alle impressioni olfattive. Si riparte dal frutto – prugna, mora e ciliegia – che ribatte, colpo su colpo, alle proiezioni balsamiche e minerali, per un sorso pieno e di carattere. Buon equilibrio acido-tannico, con finale determinato e persistente su note sapide e speziate.

Scarpe grosse e muscoli in vigna; cervello fino, umiltà e buonsenso nel bicchiere.

Un modo diverso, appunto, ma appuntito, di bere Nebbiolo.




giovedì 25 settembre 2014

Aoc Champagne Avize Grand Cru Brut 2000 Jacquesson




Non una super annata la 2000, anche in Champagne, con condizioni climatiche contrastanti, caratterizzate da temperature medie assai elevate, grandinate diffuse e la botrytis sempre in agguato.
Champ Caïn, Némery e La Fosse - tre parcelle piantate tra il 1962 e il 1983, sui terreni gessosi di Avize - determinano questo flacone riuscitissimo, pure Chardonnay.
La mia è una delle circa 32 mila bottiglie, con dosaggio da extra-brut – 3,5 gr./l – e sboccata nel primo trimestre 2009.

Oro nel calice, lucente, di perlage finissimo e senza soluzione di continuità.
Si racconta molto bene già dal naso, a partire da una sensazione di intatta freschezza, con, in dote, un té minéral fortemente dominante che, col passare dei minuti, concede lustro anche ai toni fruttati e floreali – granny smith, cedro confit, lime, fiori d’acacia, camomilla – e un timbro finale di mandorla e amaretto.

Al palato, freschezza e verticalità nervose creano un connubio formidabile con l’untuosità, la grassezza e la vinosità del sorso. Il direttore d’orchesta rimane, immancabilmente, la mineralità gessosa e salina, che assegna e calibra i tempi degli a-solo: ora l’agrume, poi la mandorla, ora il miele, poi il biscotto, in continua espansione.
Grande struttura, ma allo stesso tempo, armonia, eleganza ed equilibrio sono i tratti salienti di un flacone in forma smagliante, che chiude con ampia progressione e lunghissima persistenza, su aromi di cioccolato bianco, spezie, agrumi canditi e cenni finemente amaricanti. Vivissimo. 

Champagne gastronomico – in tavola Pata Negra e, a seguire, risotto ai gamberi – ma invito a conservare almeno un calice a fine pasto. Gustatelo, centellinatelo lentamente, lo apprezzerete ancor più. 

Non cerco grandi annate, bensì bottiglie emozionanti e questa vi rientra a pieno titolo.


domenica 21 settembre 2014

Aoc Savennières-Coulée de Serrant 1988 Clos De La Coulée de Serrant




Binomi inscindibili: Loira e Chenin Blanc, Nicolas Joly e biodinamica.

Pressappoco 20 mila flaconi annui, da vigne con un’età media tra i 35 e 40 anni, con picchi di 80, per una appellation di sette ettari, di esclusiva proprietà – monopole - di Joly. Il resto, per chi desidera approfondire, motori di ricerca, merci.

Per quanto mi riguarda, allorchè torno dalla cantina con flaconi di questo spessore (ma anche meno), ormai ho imparato - dopo qualche scottatura di troppo - che le aspettative devono essere pari allo zero, anche quando il produttore è così reputato e il millesimo è storico, altrimenti vado in sbatta ancor prima di infilare il cavatappi. Se poi vi confesso che questa arriva dal web, che lo zio l’avrà comprata chissà dove, da chissà chi e via andare con altre mille paranoie che portano dritto filato all’ansia da prestazione (anche della boccia), capite che avrei fatto prima, e meglio - absit iniuria verbis - a dirigermi dalle parti dei Pirenei per una benedizione.

Sono le ventuno di sera e mi serve, in bolla, per il pranzo-evento del giorno dopo. Prima di estrarre il tappo, procedo con scontato rito apotropaico e pronuncio la frase: “Je m’en fous”, d’obbligo in lingua transalpina.
Tappo integro e incorrotto, p a r f a i t.
Nel calice - giusto due dita - zero ossidazione, niente ambra, ma uno splendido dorato brillante e un naso che, al momento, arruola solo idrocarburo a canna, precisamente quel kerosene seventies austerity style.
Domani, di ritorno dal mio dj set, ti gradirei libero, pettinato e privo di break and beat.

Alle otto del giorno dopo lo trovai muto, in cerca di identità, salvo poi mettersi a fuoco, piano piano, tre ore più tardi. A quel punto compresi che il rito stava funzionando di bella e la personalità e il carattere del purosangue si sarebbero imposti con coraggio, senza reticenze, senza remore.

Alle tredici - a 14 ore dall’apertura – il naso, di freschezza inusitata e svincolatosi dalla zavorra idrocarburica, attacca con una nota erbacea di timo e fieno e tutti quei sentori che ci arrivano non appena mettiamo piede in un bosco: muschio, fungo, tartufo e pure un sottile tocco di muffa.
Allontano, per un attimo, il naso - stordito e capottato da troppa roba - giacchè mi rendo conto che i profumi, con l’andare del tempo, cambiano, si scavalcano e si trasformano in modo repentino e impressionante.
Riavvicinandomi, trovo la declinazione fruttata – agrumi e mela, pesca e pera - e un forte richiamo di anice stellato misto a semi di finocchio e zafferano, con aliti di menta.
Pit stop.
Sono al terzo tempo, impaziente di assaggiarlo e con le narici ormai ostaggio di una sequela infinita di profumi. Nondimeno c’è ancora spazio per aguzze folate di mineralità iodata e marina.

In bocca è finissimo e molto secco. Acidità da katana, inserita in un cerchio magico di sublime equilibrio. Ritrovo, in un rincorrersi strabiliante, gli interpreti dello spartito olfattivo, con armonici turn over tra agrumi e pesca, chiare connotazioni vegetali e precisi tocchi fungini. Ritorna, ripulita e ben marcata, la fisionomia idrocarburica dell’apertura, ora intrecciata da esaltanti scie iodate e sapide. Complessità invidiabile, ammirabile lunghezza e indescrivibile persistenza per un sorso profondissimo, che termina con ampi ritorni minerali, misti a liquirizia, zafferano e caffè.

Con risotto al parmigiano, giusto due sorsi per dire l’ho abbinato, ma poi, come opto spessissimo, con queste opere d’arte, ho ritenuto che l’abbinamento migliore fosse… evitare il cibo. Qualsivoglia.

Un’esperienza unica e indimenticabile. Il miglior bianco mai bevuto, peut-être.


giovedì 18 settembre 2014

Igp Colline Pescaresi Pecorino Plenus 2011 Marina Palusci





Questa azienda bio è, certamente, più conosciuta per il suo olio – molto buono – che non per la produzione vinicola.
Assaggiai questo vino all’ultima edizione di “bio&dinamica” a Merano, mi parve interessante e decisi di comprarne una bottiglia da gustare, con calma, a tavola, spinto anche dal fatto che le mie frequentazioni con questo vitigno si contino sulle dita di una mano.

Qui la fermentazione è spontanea e i lieviti sono indigeni, non si fa ricorso a filtrazioni, né stabilizzazioni.
Colora il calice con un giallo paglierino brillante. Le narici sono abitate da intensi profumi di erbe aromatiche e fiori di campo, pesca e agrumi con, sullo sfondo, una delicata nota minerale.

Morbido all’assaggio, esibisce, garbatamente e con discreta avvolgenza, freschi sapori floreali uniti a una bella espressione erbacea e vegetale. Buona acidità e sapidità appuntita pilotano, fino alla fine, una fresca beva, che si chiude mediamente persistente, su leggeri toni amarognoli e minerali.

Mi è piaciuto questo Pecorino, per giunta confortato dal fatto che, alle degustazioni, tra svariate disattenzioni e distrazioni, si riesca, talvolta, ad intercettare qualcosa degno di menzione, capace di conferme anche a casa.



martedì 16 settembre 2014

Aoc Champagne Rosé s.a. Veuve Clicquot




Mi piacerebbe intuire, captare, fiutare, cosa staranno pensando i miei lettori, qui e ora, dopo aver letto il titolo della bottiglia di oggi.
Azzardo: dal più educato sorrisino al dito medio levato, magari con un bel campionario di contumelie.
Pas de soucis. ¡Faltaría más!
Però c’è un però. Prima provare - meglio ancora a flacone coperto - poi parlare.
Detto, fatto e queste sono le mie, sindacabilissime, impressioni.

La Vedova in rosa – rosé d’assemblage - accoglie, all’incirca, Pinot Nero per la metà, completata da un 30 di Chardonnay e il resto Pinot Meunier.

Ehm…, rosa salmone brillante, con mousse esuberante e sottile perlage.
Il naso è un cesto, molto ordinato, di frutti(ni) rossi, anche selvaggi – ciliegia, lampone, fragola, ribes, arancia rossa – assistito da una bella espressione floreale – rosa in primis – e una buona fusione tra mineralità e speziatura.

Effervescenza cremosa e splendida freschezza vinosa, avvolgono una bocca di mirabile equilibrio. Un frutto croccante e sanguigno conferma la vivacità e l'elegante struttura – vince la sobrietà sulla potenza – temprate da spigliata acidità e agile integrazione tra vino e carbonica.
Passa il tempo e cresce la complessità del sorso, che riserva praterie a un’autorevole trama speziata fatta di cannella e noce moscata.
Chiude persistente su raffinati ritorni speziati, intrisi di sapide ventate minerali.

Mettete da parte, per una volta, i preconcetti, non snobbatelo e non bevetelo troppo distrattamente. Potrebbe sorprendervi.

Avec saumon sauvage fumé.




sabato 13 settembre 2014

Docg Chianti Classico 2009 San Giusto a Rentennano





95 parti di Sangiovese e 5 di Canaiolo per questo Chianti Classico che si annuncia rubino vivace e brillante.

Lo spettro olfattivo è piuttosto ampio, con una bella e tipica espressione fruttata che va dai piccoli frutti di bosco – mirtillo e fragolina - alla ciliegia, all’arancia rossa, cui seguono rinfrescanti toni floreali e balsamici, percorsi da sottile speziatura.

In bocca è fresco, gradevole ed equilibrato, ma un po’…tanto ermetico. Ho faticato a ritrovare, anche al palato, tutto ciò che, di bello, il bagaglio olfattivo mi aveva regalato. Tuttavia, conscio della qualità dei prodotti di quest’azienda e complice la mia pazienza (quasi) infinita, ho pensato fosse meglio lasciarlo tranquillo, ritapparlo e ritentare a distanza di 24 ore.
Mi è andata bene, giacchè ho incontrato, anche in bocca, quella pulizia aromatica che, solitamente, lo contraddistingue.
Così ho ritrovato freschezza e coerenza, spiccata acidità, ampia e profonda materia, tannini già inseriti. E’ mancato un poco l’allungo, ancorchè, tutto sommato il piacere, pur differito di un giorno, ci sia stato.


martedì 9 settembre 2014

Vdt Bianco Testalonga 2007 Antonio Perrino




Non resisto a lungo, lo so, e gira che ti rigira, le sue bottiglie – bianco o rosso, non fa differenza – presenziano sovente la mia tavola, ancorchè, non così spesso, ne scriva.

Il millesimo di oggi – già con qualche venerdì sulla gobba – ribadisce, tanto per, che le oltre 50 vendemmie non sono passate invano per il Nino. Siamo noi fruitori che, a volte, non prestiamo le necessarie attenzioni prima – occhio all’avverbio – di goderne.
L’esperienza mi ha insegnato che i suoi bianchi, ancor più dei rossi, vanno trattati con riguardo, molto, e, tra l’apertura della boccia e il consumo, ci vogliono e tempo, meglio se trascorso in caraffa, e temperatura quasi da rosso. Fidatevi di un vino quando non teme il caldo. Non rispettare queste semplici consegne, significa, viceversa, andare incontro a delusioni e sentenziare conclusioni affrettate e stroncanti.

Nel calice risplende di giallo dorato, con un naso immediatamente colonizzato da intense ondate marine e saline. Si sente il fiato, a lunga gittata, del mare.
E’ un cocktail di macchia mediterranea e iodio, di resina e zafferano, che si completa, all’ultimo, con scaglie di cedro candito.

Anche in bocca ritrovo il corredo marino, con tutto il suo mobilio. Acidità vibrante e bicchiere che col passare del tempo spicca il volo verso una complessità non così scontata in un bianco.
Sorso secchissimo, largo e assai persistente, con notevoli rimandi di iodio, resina e marosi di mineralità salata. 

Il legame col territorio, sano e leale, che hanno i vini di Nino. Sempre.